Recantina: vitigno autoctono asolano

Autoctono” è quella parola che, quando si parla di vino, in poche lettere ci spinge a viaggiare e ci riporta al territorio; visceralmente legata ad esso ed alle sue sfaccettature, richiama alla mente immagini sbiadite ed al naso bouquet dimenticati. Sfidiamo il Covid spingendo la nostra curiosità alla scoperta della recantina.

Quando si parla di vitigni autoctoni ci si riferisce a quella parte dell’enologia e dell’enografia che è strettamente legata al DNA del territorio in cui queste uve crescono. Personalmente, nel momento in cui uso questo termine, mi ritrovo con la mia immaginazione in cima ad una collina tutta disegnata da filari, immersa tra foglie che stanno mutando colore, profumi di terra e silenzio che solo la natura ha il permesso di interrompere. Ed incomincio il mio viaggio, soprattutto sensoriale.

Secondo Garzanti, autoctono è “che, chi è originario del paese o del luogo in cui vive”. Ciò fa intuire che, parlando di vino, le uve che sono nate e continuano a crescere in una determinata area siano l’espressione massima della storia vissuta di quel luogo, poiché la vita di queste piante ha una longevità senza tempo. Storia che possiamo apprezzare attraverso i sentori che il vino, frutto di questi vitigni, ci porta alla conoscenza. Parlando di autoctono si intraprende, quindi, una sorta di viaggio che in questo periodo di reclusione da pandemia è una di quelle attività che tanto ci manca. Un’esperienza che racchiude in sé non solo le caratteristiche del vino che si degusta, ma anche quelle geologiche, morfologiche, climatiche e storiche che hanno coinvolto il territorio che ci si appresta a conoscere.

La storia della recantina

La storia della recantina, vitigno autoctono del Montello e dell’asolano, è legata all’intraprendenza di un pugno di enologi che hanno voluto riportarla alla vita. Il nostro viaggio inizia qui, uscendo dal confinamento impostoci a causa del Covid.

La cittadina di Asolo, con la sua Rocca, rifugio e terra di vacanza dei nobili veneziani sin dai tempi della Serenissima, è lo scenario che fa da sfondo alla storia del nostro vitigno. Attorno al paese si sviluppano le colline di Monfumo e più in là, verso il montebellunese, si staglia, come un grande gianduiotto in mezzo alla pianura, il Montello.

Terre queste dai suoli incredibili, sfaccettati, ma spesso rossi, ricchi di ferro, dove il Piave, che scorre poco più a est, mitiga il clima. Qui la recantina ha trovato il suo terroir di elezione.

Vitigno a bacca nera, di cui se ne conoscono due varietà, coltivato da secoli nel trevigiano. I dieci ettari dedicati a queste uve sono un primo passo volto al suo recupero e ad incentivare la speranza che questo vitigno ritorni in voga. Il vino rosso che ne deriva impegna gli enologi, che si dilettano a far emergere maggiormente la parte fruttata o quella più vegetale.

Serafini e Vidotto

La prima tappa è Serafini e Vidotto, cantina pluripremiata, sita a Nervesa della Battaglia, promotrice di una viticoltura più naturale possibile e di un’elogia che cerca di migliorarsi e superarsi quotidianamente. La loro recantina, su cui intendono focalizzare maggiormente l’attenzione nel prossimo futuro, è un vino promettente, dal sapore schietto e diretto, che può avere diversi usi, dal perfetto abbinamento con una fiorentina alla griglia od uno stufato di carne tipico invernale, ma anche vino rosso vivace da bersi in estate. Sono affezionata a questa bottiglia, poiché è quel sorso che ricerco quando ho necessità di qualcosa che mi coccoli. Come un sommelier non dovrebbe mai fare, lo metto in frigo a raffreddarsi di qualche grado per l’aperitivo, diventa così come il fresco abbraccio della sera estiva. Il suo frutto si sprigiona sia al naso sia al palato, svelando note più intense e particolari, speziate ma che ricordano anche il mondo vegetale, a tratti pure quello animale. Vino incredibilmente completo già da giovane, spera di essere scordato in cantina e ritrovato dopo anni per essere apprezzato nella sua maturità. Vi consiglio di entrare nel sito di Serafini e Vidotto e leggerne la degustazione fatta da Eddy Furlan. Vi sembrerà di averlo in un calice di fronte a voi.

Ida Agnoletti

Ci spostiamo, quindi, verso la zona centrale del Montello, dove incontriamo una donna che sa farsi valere nel mondo maschile del vino. Ida Agnoletti e la sua azienda sono un’espressione del territorio che fa parlare di sé. I suoi vini trasmettono tutta la determinazione che questa donna possiede, arrivano chiari e distinti, lasciando trapelare delle note non comuni, che però ricalcano la tradizione del Montello. La loro vinificazione spesso è guidata da lieviti indigeni, che esaltano la provenienza e le caratteristiche delle uve. La recantina Ida Agnoletti ha un aspetto giovane, vivace, il frutto lascia ampio spazio alla parte erbacea di questo vitigno, che lo rende il sorso quotidiano intrigante. Un vino un po’ rude al primo assaggio, poi si apre e se ne scopre un cuore fruttato e caldo, che avvolge e rapisce, lasciando un lungo retrogusto. Col tempo è in grado di regalare toni più rotondi e caldi, dal colore ai sentori. È come un rospo che se baciato diventa principe, così fa intuire l’etichetta.

Pat del Colmèl

Da Giavera del Montello ci spostiamo a Castelcucco, nel cuore delle colline a nord di Asolo, dove opera Pat del Colmel. Questa realtà enologica è una delle più coinvolte in zona per il recupero dei vecchi vitigni autoctoni. La sua recantina è quella di cui ho sentito per prima parlare nel mio percorso di sommelier, quindi ci sono nostalgicamente affezionata. È uno dei vini di punta dell’azienda e che la caratterizza. Nelle colline di Castelcucco questo vitigno assume un nome tutto locale, Forner, e fa parte delle uve citate nel disciplinare che regola la Doc Montello – Colli asolani. Qui la recantina ha diverse lavorazioni: quella più tradizionale che vede passaggio solo in acciaio e ne esalta le note giovani, intense e caratterizzanti; quella che veste con abiti da cerimonia il vino, con l’affinamento in barrique di legno che ne ingentilisce le note più rudi e arricchisce di spezie e profumi terziari il bouquet. L’abbinamento suggerito è ovviamente legato alla tradizione culinaria locale: selvaggina.

Non resta che fare una gita per scoprire queste rarità.

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