
Mentre le nubi internazionali minacciano tempesta, a Verona il 58° Vinitaly risponde con una scarica di adrenalina. Lo abbiamo visto negli occhi di Alberto Serena, CEO di Montelvini: lo abbiamo intercettato tra una trattativa e l’altra, in quel caos calmo che solo chi mastica mercati globali sa gestire.
La coda chilometrica all’ingresso della fiera lo dice subito: il vino non teme le nubi globali, racconta Serena. Ma non è solo una questione di numeri. È una questione di energia. Dopo i tour tra Francia e Germania, tra incontri e mercati esteri, è Verona il crocevia dove il vino smette di essere “prodotto” e diventa stile di vita.
Nel calice, l’identità del nostro Paese
“Produrre qualità è il nostro modo di vivere”. Non è marketing, è identità pura che trasuda dalle nostre colline. Asolo non è solo un paesaggio; è un magnete culturale che ha stregato inglesi, americani e icone come la Duse. Spesso trascuriamo la nostra cultura, ma il vino è l’ambasciatore che non smette mai di raccontarci.
Sul tavolo, le parole lasciano spazio ai fatti. O meglio, ai calici in cui brilla l’annata 2025 del FM 333, il primo Cru di Asolo: un vino che nasce da un singolo vigneto, una ricerca ossessiva di autentica territorialità che punta all’eccellenza.

L’anima segreta di Asolo
Ma la vera perla è un’altra e si nasconde dietro le quinte: un vigneto recuperato nel cuore di Asolo, riscoperto e riportato in vita. Poche bottiglie, appena duemila. Il primo Brut Nature “dosaggio zero” che nasce da un clone autoctono recuperato dall’oblio. Un vino che supera il mercato e si fa custodia del territorio.

In un contesto globale incerto, Montelvini non resiste: evolve. Spinto da qualità, identità e quella sperimentazione audace di chi non ha paura di osare. Il futuro del vino italiano nel mondo non è resistere alle intemperie. È nella capacità di non perdere l’anima mentre si scala il mondo.