Fitoterapia e omeopatia: quali sono le differenze?

La posizione dell’OMS è sempre stata chiara sull’omeopatia: già nel 2009, l’organizzazione si era espressa riguardo terapie omeopatiche per malattie potenzialmente mortali (come l’HIV e la malaria) asserendo che, abbandonando le terapie convenzionali, basate su evidenze scientifiche, il rischio concreto sia di perdere delle vite.

Ma questo, allora, vale per tutti i cosiddetti rimedi naturali? Che differenza intercorre tra fitoterapia e omeopatia?

Il valore scientifico della fitoterapia

La fitoterapia affonda le radici nei secoli, quasi nelle ere geologiche (i Neanderthal possedevano un’ottima conoscenza delle piante officinali), e potremmo dire che è la “madre naturale” della medicina tradizionale. Si tratta di una pratica che prevede esclusivamente l’utilizzo di piante o di loro estratti per raggiungere diversi obiettivi benefici, come curare malattie (anche gravi) o gestire il benessere psicofisico in generale.

D’altronde, basta pensare ai classici “rimedi della nonna”, ancora oggi tramandati di generazione in generazione, parte integrante della cultura popolare.

La fitoterapia, infatti, viene considerata, dagli esperti come il primo esempio di pratica terapeutica umana, ritrovandosi sia in quei sistemi terapeutici semplici ed antichissimi sia in quelli via via più organizzati e complessi, arrivando fino alla moderna biomedicina

Ma stiamo parlando, allora, di rimedi e preparati erboristici?

No: in questo caso si tratta di veri e propri medicinali, riconosciuti come tali dalla legge. L’efficacia della fitoterapia è dimostrata scientificamente in base ai principi attivi – e alle loro combinazioni – a cui si riferisce.

Possiamo dire la stessa cosa per l’omeopatia?

Omeopatia, pseudoscienza ed effetto placebo 

L’omeopatia ha una storia molto diversa e, soprattutto, più recente.

Le sue origini, infatti, risalgono alla prima metà del XIX secolo e ai principi formulati dal medico tedesco Samuel Hahnemann.

Alla base vi è un concetto decisamente più filosofico che scientifico: il “principio di similitudine del farmaco” che, secondo Hahnemann, garantisce un rimedio appropriato per ogni malattia affidandosi a quella sostanza (chiamata “principio omeopatico”) che, in una persona sana, indurrebbe i sintomi più simili a quelli della persona malata.

E non è tutto.

Questa sostanza non viene proposta al paziente porzionata in maniera genuina, ma molto diluita e “dinamizzata” in una formula che viene definita, paradossalmente, potenza: ogni potenza corrisponde ad una diluizione 1 a 10 o addirittura 1 a 100, mentre la dinamizzazione corrisponde ad una semplice energica agitazione del composto.

Anche i solidi insolubili vengono “trattati”, sminuzzandoli ed abbinandoli a zuccheri (come il lattosio) e poi ancora diluiti in acqua.

Si intuisce, quindi, il motivo per il quale questa pratica sia stata criticata ed ostacolata sin dagli esordi. Nonostante ciò, ha vissuto un suo primo boom verso la metà dell’Ottocento, riuscendo a farsi strada persino nell’età moderna anche grazie alla confusione che si è generata tra i non addetti ai lavori, disorientati tra i concetti di erboristeria, fitoterapia ed omeopatia.

Effetto placebo e metodo scientifico

Di studi per dimostrare l’inefficacia di questa “medicina alternativa” ne sono stati fatti tantissimi, ma uno dei più recenti è stato pubblicato, nel 2015, in Australia: il National Health and Medical Reseach Council ha riferito che «Non esiste malattia per cui vi sia una prova attendibile dell’efficacia dell’omeopatia. Non c’è ragione fondata per dire che funzioni meglio dello zucchero. Le persone che vi si affidano possono mettere a rischio la propria salute, rifiutando o ritardando trattamenti per i quali esista una buona evidenza di efficacia e sicurezza». 

Il problema principale risiede proprio nella diluizione: con percentuali così basse di sostanza, il principio attivo è praticamente “annacquato” (da ricordare anche che l’omeopatia si basa sul concetto pseudoscientifico della “memoria dell’acqua”); al punto che non è possibile testarne l’efficacia in trial in doppio cieco, come si fa con i farmaci tradizionali, cercando di distinguere la reale efficacia dall’effetto placebo.

Molti hanno persino sostenuto l’idea che, si trattasse anche di effetto placebo, non sarebbe comunque dannoso per la salute e aiuterebbe ugualmente a raggiungere determinati obiettivi. Ma questo è vero solo in parte: cure inefficaci per malattie gravi e con evoluzioni veloci possono portare a problemi fatali per il paziente; il gioco vale la candela?

E, in ogni caso, non si potrebbe parlare di scienza o di metodo scientifico.

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