Impoverimento della lingua italiana: W l’italia-no

Siamo di fronte ad un impoverimento della lingua italiana, e ne abbiamo un esempio proprio in questi giorni. Lockdown, cluster, smart working, droplet, contact tracing: con l’esplosione del Covid-19 queste parole sono entrate di prepotenza nel nostro vocabolario fino a sentirle ormai familiari.

Parole, locuzioni che spesso la gente, almeno quella meno esperta nella conoscenza della lingua inglese, ne ignora perfino il significato. Termini assimilati senza neanche porsi il problema di sapere a cosa rimandano e che potrebbero essere tranquillamente tradotti nella nostra lingua madre.

Allora perché li usiamo? Per apparire in linea con il linguaggio che tutti, per una sorta di provincialismo, preferiscono adottare? Per sentirci brillanti agli occhi degli altri?

Perché non cambiare direzione e parlare “come mangiamo”? Il vantaggio? Tutti ci capirebbero.

Perché non smarcarci da questa omologazione? L’obiettivo? Ridurre quella distanza sociale che gli esperti volutamente creano quando ricorrono a tale lessico pur sapendo che molti non possono comprenderlo. Del resto, avremmo tutte le carte in regola per riferirci al contenuto a cui queste parole rimandano attraverso strumenti linguistici “fatti in casa”.

In un articolo apparso qualche tempo fa sul sito dell’Accademia della Crusca, si parlava di come l’italiano, intesa come lingua, sia stata ridotta al silenzio.

L’Accademico Vittorio Coletti tenta, come racconta nella sua riflessione, di frenare un po’ l’anglomania italica, ovvero questo ricorso eccessivo da parte degli italiani di un po’ tutti i settori, a vocaboli appartenenti alla lingua anglosassone. Utilizzando sempre più parole straniere per esprimere concetti, stiamo vivendo un vero impoverimento della lingua italiana.

Il problema è che ne scaturisce non tanto una questione di lingua quanto più di cultura. C’è il rischio, come solleva giustamente lo studioso della Crusca, di impoverire la cultura italiana a partire proprio dalla lingua, sminuendo termini che pronunciati in italiano manterrebbero la loro efficacia, pur senza adottare quelli importati dall’Inghilterra.

A distanza di qualche anno, in un nuovo articolo del 2 aprile 2020 a cura del Presidente dell’Accademia Claudio Marazzini, proprio in occasione della diffusione della pandemia scatenata dal Coronavirus, avverte di come sia necessario porre un argine al dilagare dei nuovi anglicismi che l’odierna comunicazione giornalistica sta facendo veicolare a partire dall’emergenza sanitaria.

Il Covid-19, così come raccontato dai mezzi di comunicazione, ci ha costretti, ancora una volta, a far proprie parole che non sono nostre, ma che solo ricorrendo ad esse sappiamo dimostrare agli altri a cosa ci stiamo riferendo.

impoverimento della lingua italiana

Manzoni, prima di stendere definitivamente l’ultima edizione del romanzo epocale “I promessi sposi”, pensò bene di andar a sciacquar i panni nell’Arno; noi italiani, invece, preferiamo andarli a sciacquare nel Tamigi.

Essere fieri del nostro idioma

Basterebbe studiare la storia della nostra bella penisola per renderci conto che siamo un paese giovane dal punto di vista nazionale; abbiamo acquisito l’unità solo a partire dalla seconda metà dell’800. Prima, il nostro paese era diviso in tanti stati, ognuno sotto un dominio diverso, straniero, il più delle volte. È un retaggio culturale, forse il nostro, che non ci permette di svincolarci da un non sentirci pienamente italiani.

Sin dai tempi di Dante Alighieri, la lingua in Italia ha rappresentato da sempre un problema a cui dare un’urgente risposta. Dante si è adoperato per dar vita ad un “volgare” illustre, la lingua dei fiorentini, che superasse gli ostacoli dati da una lingua dotta come il latino, appunto parlato solo dagli intellettuali, e dai tanti dialetti disseminati lungo il nostro territorio.

Quindi, non ci dovrebbe meravigliare quando sentiamo l’impellenza di ricorrere a parole che scavalcano le Alpi. Quando non ci sentiamo abbastanza autorevoli a livello di comunicazione se non facciamo riferimento ad un bagaglio lessicale sovra-nazionale. Dovremmo altresì nutrire fiducia in noi stessi, sentirci figli della nostra patria, della nostra cultura, della nostra lingua. Dovremmo essere fieri di un idioma per il quale si sono adoperati, per la sua edificazione, personaggi illustri che tutto il mondo letterario ci invidia.

Impariamo ad avere più fiducia nell’italiano, così come dimostriamo di averla quando si parla delle eccellenze a livello commerciale, quelle stesse eccellenze che esportiamo ovunque il mercato lo richieda.

di Ilaria Orabona

2 thoughts on “Impoverimento della lingua italiana: W l’italia-no
  1. Articolo ben scritto, con un lessico trascinante e avvolgente. Testo chiaro , di facile comprensione . Complimenti per l’articolo.

  2. Pienamente d’accordo. Certi giornalisti e certi personaggi pubblici dovrebbero sfoggiare il migliore italiano invece sono molto spesso sono proprio loro quelli che lo bistrattano più accanitamente. Intanto i francesi sono in “téletravail”, gli spagnoli in “teletrabajo” e noi in “smart working” (io personalmente in cassa integrazione, per questo concetto non hanno azzardato nessun tentativo di anglismo) .

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